L’orazione non basta. Non basta la vita interiore.

Relazione introduttiva sulla chiesa fiorentina. La rispondenza politica e amministrativa di Giorgio La Pira

5/8/202412 min read

L’influenza religiosa, culturale e politica di Giorgio La Pira nella Chiesa fiorentina è molto ampia e profonda ben prima che si esprimesse attraverso la sua esperienza di sindaco. Il professore è fin dagli anni Trenta un riferimento tra i più rilevanti dei gruppi cattolici più vivaci come la Fuci, i Laureati cattolici, gli intellettuali laici che si ritrovavano presso il convento dei domenicani di San Marco e le conferenze della San Vincenzo de’ Paoli. Alla fine degli anni Trenta questi gruppi riprendevano con vigore la riflessione su alcuni temi centrali del messaggio evangelico e della tradizione cristiana, anche per l’evoluzione del Regime verso l’alleanza con la Germania e le leggi razziali. E’ una linea di tendenza, non solo fiorentina, che sembrava anche incoraggiata dalle lettere pastorali del cardinale Dalla Costa in particolare del 1938 La Chiesa oggi che cosa fa? Che cosa vuole? E quella del 1939 La Pace. Inoltre le relazioni di polizia segnalavano, per una diffida, le prediche dei domenicani di San Marco, e in particolare quelle di padre Coiro, nelle quali nel 1940 si condannava la guerra. La Pira scriveva già su <<Vita cristiana>> e dal gennaio del 1939 iniziava la pubblicazione di <<Principἵ>> come supplemento di <<Vita cristiana>> e tra i fondatori della rivista c’erano padre Coiro e padre Cai. In entrambi i periodici la condanna del razzismo è netta; non c’è distinzione tra razzismo e antisemitismo, il problema veniva ribaltato per una rigorosa affermazione della eguaglianza degli uomini: <<Tutti senza distinzione alcuna>>. Già in queste pagine è presente il superamento di quell’<<insegnamento del disprezzo>> che aveva caratterizzato tanta apologetica cattolica e che avrebbe trovato una sua definitiva formulazione nella <<Nostra aetate>>. E’ nota l’importanza di <<Principἶ>> nella cultura cattolica e politica di questi anni, una delle prime voci di una presa di distanza così netta dalla cultura fascista che ebbe una grande diffusione, ben al di là degli ambiti cattolici e cittadini, tanto che Einaudi, allora negli Stati Uniti, affermava di esserne stato un lettore abituale. Una prospettiva nuova era quella della responsabilità cristiana di fronte alla storia, rispetto alla pastorale spiritualistica e ‘senza tempo’ che caratterizzava allora la maggior parte della predicazione dei pastori della Chiesa italiana. Importante la sua riflessione nel 1944 nel volume La nostra vocazione sociale che aveva una grande diffusione: <<Il nostro piano di santificazione è sconvolto […] L’orazione non basta. Non basta la vita interiore, bisogna trasformare la società>>. Dopo la fine della guerra e il ritorno a Firenze veniva designato all’unanimità come presidente dell’ente comunale di assistenza. In questo modo La Pira aveva un ruolo fondamentale nel favorire la reintegrazione degli ebrei dopo la Shoah. Il suo ruolo alla Costituente e la collaborazione su <<Cronache sociali>> lo segnalavano come un politico e un intellettuale di grande rilievo come candidato di tutto il mondo cattolico alla guida della città. I problemi gravi di Firenze nei primi anni Cinquanta, mettevano in luce la sua autonomia e capacità di proposta. Molte sono le sue iniziative degno di rilievo. Mi limito a richiamare la situazione de La Pignone e la sua scelta in favore degli operai che senza alcuna protezione sociale venivano licenziati dalla proprietà creando danni gravissimi a tutta la cittadinanza, una scelta che, pur ricevendo l’appoggio di tutta la Chiesa fiorentina, incontrava una ostilità molto forte della Confindustria, ma anche di una parte della Curia romana e del presidente dell’Azione cattolica, Gedda, quel <<partito romano>> che aveva una voce autorevole su <<La Civiltà cattolica>> e che ripeteva la necessità primaria del blocco d’ordine anticomunista, e trovava ascolto in una parte della DC. Il gesuita De Marco con ampi saggi sulla rivista parlava di rischi economici nelle iniziative lapiriane e sottolineava la necessità <<di una più intensificata azione del risparmio e del capitale>> e del rischio che si rafforzassero <<le correnti sindacali e politiche che lottavano per un capitalismo di Stato>>. Il sindaco, di fronte alle difficoltà, in particolare all’interno del mondo cattolico, aveva chiesto una legittimazione ecclesiale e religiosa, con una lettera rivolta a tutti i vescovi italiani, per quei <<rinnovamenti strutturali>> che politicamente non riusciva ad ottenere. Il suo appello otteneva un largo consenso ma provocava non pochi dissensi nella Chiesa italiana, soprattutto negli ambienti dell’Azione cattolica di Gedda e del Sant’Uffizio di Ottaviani che lo rimproverano di essere <<il comunista bianco>>, riprendendo le espressioni di dileggio dei giornali di destra. Un riferimento implicitamente critico era presente anche nell’allocuzione natalizia di Pio XII del 1953, mentre Missiroli su <<Il Corriere della sera>> aveva parlato di <<modernismo sociale>> richiamando implicitamente la condanna di Murri. A Firenze <<La Nazione>> lo attaccava quotidianamente. Gli articoli di La Pira, L’attesa della povera gente, e Difesa della povera gente pubblicati nel 1950 su <<Cronache sociali>> avevano introdotto temi e proposte di stampo keynesiano e rivelavano la sua adesione alla cultura economica anglosassone nella forma del keynesismo elaborata da William Beveridge che portava La Pira a proporre una politica di pieno impiego, incontrando non poche ostilità. Ma queste proposte a Firenze erano proprie anche di ambienti diversi, sia cattolici che laici; importante l’apporto in questo senso di Alberto Bertolino, titolare della cattedra di Economia politica presso la Facoltà di Economia e Commercio di Firenze dal 1938 al 1968, dove insegnava anche Jacopo Mazzei. Bertolino era stato vicino al Partito d’Azione e dirigeva il Centro di cultura economica, con un ruolo di primo piano nella Camera di Commercio. Numerosi erano i suoi seminari su Keynes orientando il suo insegnamento verso una <<visione audacemente sociale dell’economia>>. L’accusa di De Gasperi di <<integrismo di sinistra>> rivolta a La Pira, in parallelo all’<<integrismo di destra>> di Gedda così come le critiche di Sturzo, hanno trovato una qualche eco nella storiografia. Scoppola ha parlato di una <<visione etica autosufficiente>> per Milani e per molti ambienti fiorentini. Ma in La Pira al di là delle espressioni ispirate alla <<scelta dei poveri>> così ampiamente condivisa, c’era anche una proposta di politica economica alla quale si ispirava e che era in consonanza con le proposte di <<Cronache sociali>> e con la linea dossettiana e della sinistra del partito. Analogo impegno si verificava nel clero fiorentino nel 1958, in particolare quello della Madonnina del Grappa legato alla Galileo, che si trovava accanto alla parrocchia, per impedire la chiusura della fabbrica, dove gli operai da molti anni aiutavano economicamente le iniziative di Facibeni tassandosi autonomamente. Don Giulio Facibeni, dopo la prima guerra mondiale, aveva fondato questa realtà all’interno della parrocchia, dedicandola alla <<Madonnina del Grappa>>, dove i bambini abbandonati divenivano dei cittadini liberi ben preparati al lavoro e alle professioni. Tutte le contraddizioni tipiche dello scontro cattolici-comunisti svanivano di fronte all’opera di questo sacerdote democratico, senza integrismi e alla importanza del suo lavoro educativo e di accoglienza. Il <<Padre>> come Facibeni era chiamato in città aveva letto Esperienze pastorali appena uscito, ne dava un giudizio molto positivo, tanto da voler scrivere una recensione su <<Il Focolare>>, pochi giorni prima di morire; quel periodico parrocchiale era molto diffuso e di diverso orientamento rispetto a quello ufficiale dell’Azione cattolica <<L’Osservatore Toscano>>. D’altro canto di fronte alle accuse di integrismo rivolte a La Pira e agli ambienti fiorentini va sottolineato che quella era una caratteristica comune nel linguaggio e nella mentalità cattolica e non solo. Il presidente di Confindustria, Costa, genovese e legato al vescovo Siri, rispondeva a La Pira che <<le leggi che regolano l’economia, che sono pure leggi divine, non possono essere superate>>.

Va inoltre sottolineata l’importanza delle numerose iniziative per la pace, in particolare i <<Convegni per la pace e la civiltà cristiana>>, dal 1952 al 1956, proposti da La Pira durante la guerra di Corea con l’aiuto determinante di Montini e Paolo Emilio Taviani. L’ispirazione era maritainiana. La tesi centrale di questo e dei convegni successivi era quella di sottolineare con forza l’apertura alle altre civiltà e religioni. come diceva <<L’appello alla pace>> che <<il Cristianesimo non è riducibile a un solo tipo di civiltà>> (p.333). Non posso soffermarmi a descrivere l’andamento dei convegni e gli sviluppi rilevanti nella partecipazione molto ampia di paesi anche africani ed asiatici. Alcune perplessità romane, già manifestate anche in precedenza si sarebbero evidenziate per il convegno del 1957, che non si sarebbe tenuto, ufficialmente per le dimissioni del sindaco, mentre in realtà la situazione era molto più complessa, per i timori romani che, dopo le elezioni del 1956, La Pira tentasse un’apertura ai socialisti e per il fatto che La Pira aveva partecipato alla solenne commemorazione di Calamandrei, non cattolico, alla presenza del presidente della Repubblica.

Non si può parlare di La Pira senza sottolineare l’appoggio sempre assicurato a lui dal cardinale Dalla Costa, figura di grande rilievo nell’episcopato italiano e nel collegio cardinalizio tanto da essere considerato, dalle fonti archivistiche di polizia, un candidato significativo nel conclave del 1939, come candidatura per <<un pontefice santo e di ministero>>. Dalla Costa era stato scelto come vescovo da Pio XI e aveva sempre seguito quelle linee per una pastorale <<religiosa>> che sottolineasse l’alterità della Chiesa e anche la sua superiorità rispetto alle competizioni politiche. Nel secondo dopoguerra aveva condiviso la mobilitazione di tutta la Chiesa italiana per la costruzione di quella <<società cristiana>>, che comportava una politicizzazione della vita ecclesiale e una contrapposizione con i comunisti sempre più aspra, fino alla scomunica del 1949. Su questo tema però a Firenze la linea del cardinale era molto prudente, dopo il 18 aprile scriveva ai suoi sacerdoti: <<Occorrerà svuotare il comunismo di quanto vi è in esso di giusto, vorrei dire di evangelico>> e invocava le riforme sociali ed economiche necessarie come <<l’abolizione del latifondo>>, migliorare << la posizione dei braccianti>> e <<un’equa partecipazione agli utili di qualsiasi azienda a vantaggio dei prestatori d’opera>>. All’indomani della scomunica il commento del vescovo era ispirato a ridimensionare quell’<<eccesso di zelo>> che i sacerdoti avevano mostrato subito dopo la decisione romana: <<si cominciò subito a vedere dappertutto non altro che scomunicati e ciò che è strano […] nell’umile gente che ci sta vicina e che frequenta le nostre case. Invece, riflettendo, si deve ritenere che gli scomunicati non sono molti e non vengono a chiedere a noi né i sacramenti, né i sacramentali>>. Una posizione e un giudizio che si ritrova con molta nettezza e ironia anche in una lettera di don Milani alla mamma, dopo uno scontro con i parroci della zona. Tra i vescovi italiani la posizione assunta da Dalla Costa era indubbiamente tra quelle più ampiamente ispirate al tema della misericordia e comunque la più ampiamente documentata. Nel 1951, di fronte al monitum del S. Uffizio che proibiva la partecipazione dei giovani all’associazione dei Pionieri, come ad altre simili, minacciando la scomunica, Dalla Costa, pur condividendo il giudizio negativo, pubblicava sul bollettino una nota che ne limitava fortemente la portata. Infatti sottolineava che le sanzioni colpivano solo coloro che agivano <<scienter et libere>> e, dato che per i bambini queste condizioni si potevano verificare molto raramente ordinava ai parroci di consultare <<il proprio ordinario>>. In questa occasione il cardinale, che presiedeva le riunioni dell’episcopato regionale, non sembra aver influenzato l’episcopato toscano. La sua posizione era lontana anche da quella di molti parroci, e degli organi cattolici più rilevanti e diffusi come <<La Civiltà cattolica>> e <<La Rivista del clero italiano>> . Fin dai primi anni del dopoguerra, di fronte all’allontanamento di tanti fedeli, aveva riconosciuto: <<per innumerevoli figli nostri si è resa inutile la parola annunziata dagli altari e dai pulpiti, mentre tanto spesso nelle chiese vuote vediamo deserto il pulpito e l’altare abbandonato>>. La sua proposta era nel recupero delle fonti essenziali della vita cristiana: <<e i mezzi per la ricostruzione? Sono principalmente due: la parola di Dio e l’Eucarestia>>. Non era questa la via maestra percorsa dalla Chiesa italiana, ma quella della mobilitazione politica e della politicizzazione della vita ecclesiale. Anche il vescovo Dalla Costa, uomo totalmente obbediente al pontefice, aveva mobilitato con convinzione la sua Chiesa, come tutto l’episcopato italiano, per l’impegno elettorale a favore della DC, ma era anche consapevole del costo religioso che stava assumendo una politicizzazione così forte della vita ecclesiale e religiosa, soprattutto dopo la scomunica dei comunisti nel 1949. Inoltre, la sua predicazione era fortemente ispirata ad una lettura biblica e si fidava totalmente di La Pira, del quale riconosceva l’ispirazione evangelica. Nel 1956, dopo una affermazione personale di La Pira alle elezioni avvenute in un periodo caratterizzato da forti polemiche nei suoi confronti, Dalla Costa, molto riservato sui temi politici, scriveva sul Bollettino diocesano: << E’ giusto e doveroso considerare che il programma svolto da Giorgio La Pira fu quello di Cristo e della sua Chiesa. Luogo comune per Giorgio La Pira il precetto evangelico “chi ha due vesti ne dia una a chi ne è privo. Luogo comune per Giorgio La Pira “niente licenziamenti e niente scioperi” come insegnano oggi la sociologia e la morale cristiana>>. E’ l’unico intervento politico esplicito del vescovo.

Di fatto la sua presenza aveva permesso l’esperienza politica di La Pira, nonostante le limitazioni e le diffidenze romane. Inoltre in più occasioni si può notare una qualche distanza tra le indicazioni di Dalla Costa e quelle di tanta parte dell’episcopato italiano e toscano. La nomina di Florit nel ’54, come coadiutore ad sedem, quindi con diritto di successione, legato ad Ottaviani, sembrano frutto di un’attenzione e un controllo più ravvicinato a Firenze come in alcune situazioni ritenute problematiche come quella di Pangrazio, dal ‘55 vescovo coadiutore a Livorno, dove rimaneva tenacemente un’esperienza dei Cristiano sociali, o di Parente nel ‘55 a Perugia, dove la presenza di Capitini sembrava intaccare un monolitismo DC, riproponendo un modello ferreo di Chiesa totalmente chiusa al dialogo verso i non cattolici e in primo luogo con i socialisti e i comunisti.

Non posso in questa relazione dare lo spazio adeguato alla realtà ecclesiale della diocesi, al clero e al laicato. Giustamente sono previste molte relazioni che descriveranno queste realtà. Negli ultimi tempi sono state pubblicati studi rilevanti su personaggi dei quali erano noti gli impegni e il rilievo delle loro comunità, al di delle figure più note, da La Pira a Milani a Balducci alle vicende dell’Isolotto. Ricordo soltanto i volumi su don Rossi, Borghi, Bonanni, Fanfani e Masi e sulle loro comunità e la importante opera di conservazione e archiviazione, con l’associazione ARCTON, voluta anche dall’arcivescovo Piovanelli. Nel ricordo ecclesiale di questo periodo talvolta vengono attribuite a Florit le decisioni di allontanare alcuni sacerdoti religiosi molto vicini a La Pira, anche se in realtà quelle decisioni erano state prese dal Sant’Uffizio intervenendo sui superiori degli ordini. Si tratta di Balducci, Turoldo e Vannucci, mentre il rettore del seminario Enrico Bartoletti, rettore del seminario, vicino a La Pira e figura di rilievo nella Chiesa fiorentina, veniva nominato vescovo ausiliare a Lucca, senza significativi poteri di governo. Nel 1958 Roma affidava al coadiutore in modo definitivo la guida della diocesi. La presenza pubblica di Dalla Costa si attenuava, fin quasi a cessare, ma si accentuava la preminenza della sua figura come modello ascetico, come esempio di vita spirituale. Ma per comprendere pienamente il significato di queste decisioni è necessario tenere presente le linee e le modifiche avvenute nella Chiesa e all’interno dell’episcopato italiano, che avevano mutato molti equilibri. Nel 1954 si approfondisce fino alla rottura la crisi della GIAC, si ha l’interdizione della esperienza dei preti operai, l’allontanamento di Montini dalla Segreteria di Stato con la nomina ad arcivescovo della diocesi ambrosiana, senza quella nomina cardinalizia che era prevedibile, e una serie di nomine episcopali alle quali ho già fatto cenno. In questo periodo si aggrava la salute del pontefice e la Curia assume poteri sempre più ampi. Alcune decisioni di Dalla Costa, come la destinazione a Barbiana, anche se l’indicazione è di mons. Tirapani, o la separazione della Madonnina del Grappa dalla parrocchia di Rifredi nel 1955 vanno collocate in questo contesto difficile e spesso ostile. Va tenuto presente che Florit si sarebbe ispirato fortemente agli indirizzi dell’episcopato italiano e a quella lettera pastorale collettiva al clero del marzo 1960: Questa eresia odierna che si chiama laicismo, che aveva avuto una gestazione più lunga di due anni con un confronto tra molti vescovi e con il presidente Siri. Fin dall’autunno del ’57 il vescovo di Genova si era espresso sui lavori della Conferenza episcopale con una dichiarazione impegnativa: era necessario, scriveva <<vincolare le coscienze degli elettori (…). Poiché la maggior parte degli elettori ha dato il voto su nostra indicazione, ora dobbiamo esigere chiarimenti e garanzie>>. La richiesta era relativa ad un <<pronunciamento ufficiale che consentisse ai vescovi di continuare a tenere le redini del gioco>>. Molti storici hanno sottolineato come l’episcopato non cogliesse fino in fondo i mutamenti della società italiana e tendesse a riproporre le posizioni e le grandi mobilitazioni degli anni Quaranta. Inizialmente era stato affidato a Pavan l’incarico su proposta di Montini. Come è noto lo stesso Pavan avrebbe dopo poco tempo avuto un influsso fondamentale nella redazione della Mater et Magistra e della Pacem in terris. Ma l’impostazione di Pavan nell’impianto complessivo risentiva della ispirazione di Maritain nella distinzione dei piani e nel richiamo alla reciproca autonomia delle due società. Inoltre sottolineava fortemente la responsabilità del clero che doveva dare prova di un <<effettivo distacco dagli interessi materiali […] come l’affarismo, le responsabilità economiche, l’intromissione nelle questioni politiche>>. Mi permetto di sottolineare come questi suggerimenti fossero sempre stati molto presenti nella predicazione di Dalla Costa. Questi aspetti venivano ora criticati con molta nettezza da tutti i vescovi, tanto che questo testo venne abbandonato immediatamente, anche con il consenso di Montini che non vedeva la possibilità di farlo accettare nemmeno in parte. Nettissima la critica di Siri, che indicava anche le linee fondamentali del documento futuro: il laicismo era dovuto al turismo, alla mentalità protestante, alla stampa. Le accuse erano rivolte alla teologia francofona, a Maritain e soprattutto a Mounier. In questo nuovo testo era sparito anche il richiamo al futuro Concilio, presente nella stesura di Pavan. E’ un aspetto significativo, perché conferma il giudizio di molti storici di una distanza tra le linee del pontificato di Giovanni XXIII e l’episcopato italiano. Le conclusioni erano chiare: <<La Chiesa e l’episcopato si ritengono responsabili della politica italiana>>. Ai temi di questo documento si sarebbe ispirata tutta l’azione pastorale di Florit a Firenze, fin dalla sua prima lettera pastorale Unirci tutto per coedificare la Chiesa. L’appello, molto ampio, alla "corresponsabilità" nella Chiesa, tendeva in primo luogo a sottolineare che "ciascun cattolico contribuisce alla diffusione della religione secondo la misura della sua fedeltà alla gerarchia ecclesiastica". Anche la lettera collettiva dell’episcopato toscano, del 1960, riprendeva tutti i temi del documento su Il laicismo dell’episcopato italiano. definito "denominatore comune... delle diverse deviazioni dottrinali e pratiche del mondo attuale..., l'errore fondamentale in cui sono contenuti in radice tutti gli altri, in una infinità di derivazioni e di sfumature". Le argomentazioni di questo testo, che pur si poneva all'interno di una tradizione intransigente molto diffusa, richiamano i temi presenti nelle encicliche di Pio XI, come la Ubi arcano ed in particolare la Quas primas, per il tentativo, dì definire, attraverso la categoria del "laicismo", "il sottofondo di tutti gli errori contemporanei" come avrebbe commentato lo stesso Florit. Da collegare al documento dell'episcopato italiano, esplicitamente richiamato, è la nota Punti fermi, apparsa su L'Osservatore Romano del maggio 1960, una delle proibizioni più decise della collaborazione politica tra cattolici e socialisti. Inoltre, a ribadire l’attualità di quei giudizi basti ricordare che per la quaresima del 1969, dopo le vicende dell’Isolotto, il vescovo non scriveva una lettera pastorale propria, ma quasi a ribadire una linea di continuità, riproponeva la lettera dell'episcopato italiano su Il laicismo, sottolineando come il paragrafo "Il laicismo ed il clero" esprimesse una diagnosi ancora estremamente attuale.

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